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A chat with our alumni. ITL Group incontra Ercole Cipollone

A Chat With Our Alumni – ITL Group Meet Ercole Cipollone

Riportiamo l’incontro “A chat with ITL Alumni” con Ercole Cipollone, che é stato tirocinante presso il dipartimento di ITL Consulting  nell’estate 2013, dove si é occupato di contabilità, controllo interno e auditing. Brunilda Qushku, tirocinante di ITL Marketing nel 2020 ha moderato l’incontro a cui hanno partecipato anche Sheila Moriconi, Head of ITL Consulting, Finance manager di ITL Group, nonché tutor di Ercole durante il tirocinio; Irene Pepe, Marketing and Communications Manager di ITL Group e Alessandro Farina, Owner e Managing director di ITL Group.

D. Ti puoi presentare e raccontare la tua esperienza a Budapest?

Vengo dall’Abruzzo, sono arrivato in Ungheria nel 2013 grazie a un progetto di cooperazione finanziato dalla comunità europea attraverso la quale ho avuto l’opportunità di vivere un’esperienza con ITL Group. Per un susseguirsi di eventi ho raggiunto questa opportunità. Mio fratello ha fatto lo stesso progetto alle Isole Canarie, ho preso la palla balzo utilizzando la stessa piattaforma, c’erano diverse opportunità: Malta, Belgio, Ungheria. Dopo aver stilato un piano, ho sottoposto la mia candidatura  a Sheila Moriconi (responsabile di ITL Consulting) e ad Alessandro Farina. Grazie a Sheila, ho potuto iniziare questo progetto in Ungheria. Ho iniziato a Giugno 2013

D. Quando hai fatto il tirocinio, cosa studiavi? Di cosa ti occupi ora?

Avevo finito di studiare da qualche anno, mi ero appena abilitato come commercialista. In Italia facevo attività da contractor, quindi non avevo un’occupazione stabile. Ero quasi frustrato dalla situazione e volevo cercare qualcosa di più emozionante. ITL sembrava molto attraente per la vastità di temi che affrontano. L’area è più o meno la stessa di cosa mi sono sempre occupato: contabilità, controllo interno, auditing. Si sposava abbastanza bene con il mio passato. Con Sheila abbiamo lavorato soprattutto sui report mensili riguardanti i controlli delle fatturazioni e l’identificazione dei margini delle diverse divisioni di ITL Group. Per il resto, a prescindere dal lavoro in sé, è stata un’ottima opportunità per osservare un ambiente diverso. Ero abituato a studi di commercialisti o società di consulenza di piccole dimensioni. Con ITL invece parliamo di una struttura che dovrebbe attestarsi con 50-60 persone. Ho avuto modo, inoltre, di entrare in contatto con diverse culture e persone dai background più disparati. 

D. Che cosa pensava quando stava studiando in Università. Quello che lei ha studiato le è poi servito in ambito lavorativo?

Ho studiato Economia in una delle migliori business school d’Italia. Sicuramente direi che una buona parte di quello che ho studiato si è tradotto anche in ambito pratico durante le mie esperienze. Dipende anche dal momento in cui si esce dall’Università. Nel mio caso, sono uscito prima della crisi del 2008. Mi sono scontrato con un mercato del lavoro abbastanza rigido e questo penso stia capitando anche alle nuove generazioni (vedi il Covid). Diciamo che i periodi di crisi sono anche periodi di opportunità. Basta sapersi reinventare nel modo giusto e cogliere opportunità che prima non si prendevano in considerazione. 

D. Quali pensi siano i tuoi punti di forza?

Sicuramente l’adattabilità. Nella mia carriera professionale ho visto più di 20 realtà. Ricominciare da capo, adattarsi ad un nuovo ambiente non risulta difficoltoso per me. Questo deriva dal fatto che avendo iniziato in una situazione d’instabilità, ha fatto si che potessi sviluppare questa skill. 

D. Quale sarebbe un consiglio che darebbe agli studenti che si stanno immettendo proprio adesso nel mondo del lavoro?

Non è facile rispondere. In linea generale, il suggerimento principale è di non farsi attrarre principalmente dal denaro. Spesso, molte opportunità non danno niente in cambio a livello economico ma a livello di esperienza di vita sono nettamente migliori. Direi di guardarsi un po’ in giro e se non si ha necessariamente di guadagnarsi da vivere, suggerirei di cercare esperienze diverse per poter crescere a livello umano e sfruttare la giovane età per vivere tutte le esperienze possibili. Il tempo per lavorare 60 ore a settimana e fare soldi c’è sempre.

Domanda ai partecipanti: In questo periodo, siamo costretti a lavorare da casa. Credete che lavorare da remoto sia il futuro?

Ercole: Nel mio caso, il lavoro da casa si sta già assestando al 50-60% e sta arrivando al 70-80%. Il rischio principale è che la vita corporate e la vita privata non si separano più. Questo può portare a maggior produttività ma anche all’esposizione al rischio di una crisi di nervi.

Irene: Vorrei usare il termine di Ercole: Adattabilità. In tempi di incertezza è ancora più necessaria. Riuscire a lavorare in posti diversi dal proprio ufficio. Con strumenti diversi anziché il post-it sulla lavagna si deve usare un software che faccia la stessa cosa.

Fare le riunioni online usando software diversi a seconda dell’azienda o il cliente con cui si sta parlando. Quindi, tutte queste piccole sfide in più vanno a sommarsi a quello che è il lavoro quotidiano di una persona, e non è detto che una persona estremamente preparata ed esperta nel suo lavoro sia così pronta subito a recepire questi cambiamenti. Secondo me sarà un fattore in crescita per vari motivi: sia perché, come sottolineava Ercole, prima il lavoro da casa era già realtà per molti lavori in molte aziende di molti paesi del mondo, per cui non è nulla di nuovo, ma aumenterà perché ci siamo abituati. Chi si è trovato meglio a lavorare da casa magari lo chiederà di più, le aziende avranno meno paura, non avranno la paura che, se non vedono il proprio collaboratore alla scrivania, questo non stia lavorando ma potranno attivare altri metodi valutativi sulle performance e di team-building e team-work ma online. Per cui, secondo me questo periodo, nonostante ci obblighi a stare a casa, quindi sia un’esperienza di lavoro da remoto forzata in maniera negativa e un obbligo per tutti anche per chi non era preparato o per chi non aveva una casa adatta, dalle situazioni più fortunate a quelle meno, non è detto che una persona dovesse essere già pronta a passare dal fare 40 ore settimanali in ufficio a spostarle nel proprio salotto. Però penso che ciò possa insegnarci molto e che quindi se le affrontiamo con uno spirito di adattabilità e ricercare l’opportunità che ci può offrire questa situazione passerà in modo più piacevole e proficuo.

Sheila: Vorrei riprendere un discorso che faceva Irene. Secondo me sarà estremamente importante l’accesso informatico: se vogliamo spostare il lavoro dall’ufficio a un altro luogo, un’azienda deve impostarlo in modo corretto, e questo richiederà una serie di investimenti in termini di software, accessibilità ai server e altri strumenti per permettere a chi non è fisicamente in ufficio di poter accedere a qualsiasi tipo di informazione o dati e anche mantenere i contatti con le altre persone del gruppo. Un altro aspetto fondamentale sarà cercare di mantenere il rapporto umano. L’ufficio non sparirà mai, non cancelleremo al 100% un luogo fisico dove sia possibile incontrarsi e trovarsi, però gran parte del lavoro potrà essere spostato online e potrà avere un futuro se organizzato in modo corretto in termini di investimenti. Non è così semplice, non è un meccanismo così naturale.

Irene: Volevo aggiungere la parola competenze all’elenco delle risorse che ha fatto Sheila. Oltre all’investimento sul software, sull’accesso a internet, sui costi che in alcuni paesi sono già dedotti per supportare le spese del dipendente da casa, oltre all’aspetto fiscale, anche l’aspetto delle skills, della persona che si trova improvvisamente a lavorare da casa deve essere inserito nella lista di fattori di cui l’azienda deve farsi carico e a cui deve fare attenzione.

Alessandro: Al momento ho un quadro ancora abbastanza confuso, nel senso che ho visto tutti gli svantaggi dell’inizio di questa cosa in termini di investimenti che abbiamo dovuto fare non appena c’è stato il primo lockdown. Non sono contrariato, perché come sempre le rivoluzioni digitali e di sistemi sono delle sfide interessantissime e sono degli acceleratori soprattutto perché in realtà, a parte alcuni settori che sono stati massacrati da questa situazione, molti hanno aperto nuove attività, tipi di business e servizi. Il nostro primo approccio è stato quello di dover potenziare i server, comprare laptop, doppi monitor ecc. Abbiamo dovuto organizzare le necessità informatiche dell’attività che svolgiamo. Attività delicata, gestiamo dati delicati dei nostri clienti quindi più che mai l’aumento dei costi informatici è stato importante. Personalmente, parlando di skills, io sono un retrogrado informatico per cui tutta una serie di skills informatiche non sono particolarmente sviluppate nella mia persona. Conseguentemente, io che ero abituato ad essere tranquillo in ufficio con tutti i miei collaboratori, improvvisamente mi sono trovato a dovermi arrangiare e organizzarmi tante cose dal famoso home office. Io tendo comunque a lavorare prevalentemente ancora oggi dall’ufficio per una questione di mia disciplina organizzativa e anche perché devo firmare documenti. Un domani si andrà alle firme digitali ma al momento io le mie centinaia di firme giornaliere su documenti di payroll, contratti e altro le devo fare. Vedo che non tutte le persone hanno la capacità di gestione a lungo termine dello stress che comporta l’home office: soffrono queste trasformazioni che probabilmente sono state troppo veloci, quindi magari il concetto di un sistema misto office/home-office è da prendere in considerazione. L’imposizione dell’home-office è stata una cosa che non tutti hanno gradito o saputo accettare così bene. Dopo un po’ pesa. Inoltre, i tempi di lavoro sono cambiati: scambio di mail durante il weekend, cosa che una volta sarebbe stato impensabile. Anche gli orari. C’è una reattività e una velocità che è aumentata. La difficoltà sta nel trovare i giusti equilibri personali a lungo termine affinché questo sistema funzioni veramente e non farlo diventare un boomerang. In ufficio il datore di lavoro dava ordine, come a scuola; nell’home office il datore trasferisce al collaboratore la responsabilità di gestire il suo tempo, quindi improvvisamente il collaboratore si trova titolato e titolare del tempo. Ha una responsabilità nuova. Conseguentemente cambiano le necessità alle funzioni di una persona HR, del coordinamento. In questi momenti stiamo scoprendo le mancanze organizzative interne. Tutto ciò che prima era normale perché noi eravamo li e funzionava de facto, improvvisamente, la distanza ha fatto emergere la mancanza di pezzi. Da qui parte un miglioramento: stiamo introducendo sempre più organizzazione perché la società, nonostante il distanziamento delle persone, cosa che il tempo dirà se positiva o negativa, perde un po’ la sua soggettività. Tutto deve funzionare secondo uno schema uguale per tutti, definito, definibile, organizzato e organizzabile. Non so se la prossima persona che assumeremo la conoscerò a Budapest o magari vive a 200 chilometri. Tecnicamente non cambia nulla, ma questa persona che non avrà conosciuto nessuno dei suoi 50 colleghi, che impatto avrà sulla società, che attaccamento avrà a quest’azienda? Quello di un libero professionista, perché sarà padrone del suo tempo e dovrà semplicemente avere la responsabilità di gestire bene il lavoro che gli viene dato. Questo avrà sicuramente delle meccaniche completamente diverse da oggi con collaboratori che sono con noi da una vita. Ci sarà la parte bella e la parte meno bella o semplicemente diversa. Con queste persone dovrò studiare degli altri sistemi per renderli parte del progetto. Si andrà più per progetti che per azienda.

D. A questo punto secondo voi: come possiamo essere più efficienti lavorando da remoto?

Ercole: Sicuramente conta avere una schedule di cosa si vuole fare, una simulazione chiara nella propria mente di cosa va fatto. Dedicare il tempo a pause, al pranzo, non stare sempre attaccato al laptop, ritagliare del tempo per la vita privata altrimenti le due cose si confondono e non si dividono mai. L’organizzazione del tempo e delle task sono due punti chiave.

Irene: Assolutamente d’accordo. Sia sulla prioritarizzazione delle task che soprattutto sul settare dei confini tra le varie attività, lo spazio privato e quello di lavoro. Un suggerimento che darei a chi magari non ha ancora trovato da sé è quello di trovare anche degli spazi fisici, dedicare un angolo al lavoro nella speranza che quando uno si sposta si senta fuori dal lavoro. Questo aiuta a non vivere h24 come se si fosse in ufficio, ma si riesce anche a vivere a casa propria una sensazione di casa.

Sheila: Indubbiamente, anche io credo che l’importante sia fare un piano giornaliero: definire esattamente cosa fare e, come diceva Ercole, introdurre anche le pause. E’ una cosa che sto cercando di introdurre anche per i figli perché anche loro che sono a scuola, sono davanti al pc da mattina a sera e non hanno alcuna capacità né di controllo né di organizzare il loro tempo. Sono anche capaci di non alzarsi dalla scrivania per 4 o 5 ore di fila, cosa che sconsiglio anche per il lavoro, soprattutto per l’efficienza dello stesso.

Alessandro: Io le pause non le facevo neanche prima perché avevo chi gentilmente mi portava da bere (ride) perché vedeva che non bevevo niente durante la giornata o dimenticavo il pranzo. Purtroppo, sono mal abituato e mal disciplinato da questo punto di vista. In realtà, con l’home-office ho iniziato a fare le pause, perché faccio una parte del lavoro da casa e una dall’ufficio, quindi mi sono dato i tempi diversi di organizzazione.

Certamente questo periodo mi ha fatto vivere di più la famiglia, perché mia moglie è nella stessa condizione e lavora da casa, vedo molto di più mio figlio. Il lavoro durante il weekend dipende dal numero di mail accumulate durante la settimana: a volte, come spesso accade, è normale che ci siano degli accumuli. Ma siccome l’accumulo per me vuol dire disordine, e il disordine mi da fastidio mentale, ho bisogno di mettere ordine e finché non ho pulito tutto quello che devo fare non vivo bene. Non appena riesco a risolvere le questioni sono un uomo felice. Sono d’accordo con ciò che dicevano Ercole e Shila, bisogna darsi anche dei tempi e delle pause per interessi che non siano solo il lavoro.

Sheila: Devo aggiungere, se posso, che se vogliamo guardare al futuro, sperando in un futuro senza covid, forse il lavoro online ci potrà riservare delle sorprese anche piacevoli, perché lo vedremo anche in modo meno stressante sotto certi aspetti. Avere tutta la famiglia vicina ha i suoi vantaggi e i suoi piaceri, ma anche degli svantaggi. Se immaginiamo un futuro, una vita normale in cui i ragazzi vanno a scuola e c’è la possibilità di sia andare in ufficio che lavorare da casa, a quel punto forse l’organizzazione è più semplice sotto certi aspetti.

Irene: Su questa nota positiva, prima di lavorare nell’agenzia dove lavoravo prima di lavorare come freelance, facevo una vita un po’ da digital nomad, ovvero quel gruppo di persone usa il fatto di poter lavorare tramite un computer e una connessione wifi da dove vuole come modo per poter viaggiare e quindi in modo itinerante uno può lavorare e spostarsi perchè diventa una variabile indipendente la location del tuo ufficio perchè ti basta il wifi. Era già un trend in crescita con vari aspetti interessanti sul fatto che capitava spesso che fossero persone di un certo ceto o di una certa cultura. È ancora un po’ squilibrato, ma aveva portato già gli Stati a confrontarsi con il problema del dove pagare le tasse, dove avere l’assicurazione. Se vivi un mese in Spagna, poi a Bali, in UK, dove hai i tuoi diritti e doveri? Questo è l’aspetto positivo: lavorare da remoto ti permette di essere più flessibile, sia di seguire i tuoi figli e i tuoi cari ma anche provare esperienze diverse e vivere in paesi diversi. Diventa più semplice, previa organizzazione e possibilità lavorativa ma commistione tra i due aspetti. Questo aspetto mi ha permesso di visitare posti bellissimi nonostante dovessi lavorare 8 ore al computer.

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